Ricordo di Alfredo Molari

 

di Roberto E. Kostoris

 

Alfredo Molari, Dino, come lo chiamavamo tutti, ci ha lasciati nel dicembre scorso, senza clamore, in assoluto silenzio. Scompare con lui un giurista di raffinato ingegno e vasta cultura.
Nato nel 1928, ha percorso una carriera spesa quasi interamente all’Università di Padova.   Assistente volontario (1954),  straordinario (1955), incaricato (1959) e, infine, di ruolo (1960), nel 1961 prende la libera docenza e nel 1964 vince il concorso a cattedra in diritto penale, insegnamento che viene chiamato lo stesso anno a tenere alla Facoltà giuridica di Macerata. Lì si fermerà un triennio, per essere, infine,  richiamato nel 1967 dalla Facoltà di Giurisprudenza patavina sulla materia “parallela” della Procedura penale, che, sino a quel momento, era stata tenuta per incarico da Giuseppe Bettiol, suo maestro. Avrebbe dovuto essere una sistemazione provvisoria, come a quei tempi si usava, in attesa di passare poi nuovamente all’insegnamento del diritto sostanziale, considerato allora materia più importante, e che in ogni caso sino a quel momento era stato al centro della sua attività scientifica. Invece, la procedura  penale susciterà in lui un interesse nuovo: è una disciplina ancora giovane, in piena espansione; si è rapidamente emancipata dal ruolo di ‘Cenerentola’ denunciato solo un quindicennio prima da Carnelutti, e schiude prospettive affascinanti. Decide dunque di restare incardinato su quella cattedra, nonostante le offerte poi ricevute di passare al diritto sostanziale;   cambia  così l’oggetto dei suoi studi e della sua attività didattica, i colleghi di disciplina, il raggruppamento concorsuale  e  diventa a tutti gli effetti  “processualista, inaugurando   la docenza di ruolo della Procedura penale all’Università di Padova, che manterrà  per più di un trentennio, fino alla messa in quiescenza nel 2000.
Questa particolare esperienza di aver vissuto due ‘vite scientifiche’  ha fatto sì che  la sua parabola di studioso si sia potuta  alimentare di un'accentuata sensibilità interdisciplinare, che gli ha consentito di maturare una visione a tutto tondo del fenomeno penalistico nei suoi profili sostanziali e processuali, rimanendo uno degli ultimi esponenti di quella felice generazione di studiosi in utroque, che era in grado di dominare con pari capacità i due settori.
Per di più, quella sensibilità interdisciplinare si  arricchiva anche di un ulteriore, inaspettato, elemento. Dino Molari aveva esordito come civilista: si era infatti laureato a Padova con Luigi Carraro e per qualche anno si era limitato a fare – come raccontava lui stesso -  il “comparsista” in uno studio; solo in un secondo tempo si sarebbe avvicinato al diritto penale e a Giuseppe Bettiol, che lo avrebbe guidato nello studio della disciplina a cui avrebbe dedicato  la sua brillante attività scientifica giovanile. Questo imprinting civilistico avrebbe rappresentato un’ ulteriore componente importante della sua sfaccettata personalità di studioso, sia nel contribuire ad affinare in lui il gusto per l’analisi dei congegni normativi (quell’acribia che gli era valsa da parte di Bettiol, che amava ‘rinominare’ a suo modo tutti i suoi allievi, il soprannome – tutt’altro che spregiativo - di “orologiaio”), sia nell’aprirgli ulteriori campi di interesse da collegare al fenomeno penalistico. Se ne colgono chiaramente le tracce nella sua prima monografia del 1960 dedicata a "La tutela penale della condanna civile", dove, peraltro, la reminiscenza dei suoi originari interessi civilistici si catalizza soprattutto sul versante processuale. E’ un volume che indaga un tema controverso e di confine, di cui viene ricostruito pregevolmente il quadro dei presidi penalistici: una delle poche opere segnalate con accenti lusinghieri in quell'autentico theatrum veritatis, che era la temutissima rubrica di recensioni curata da Francesco Carnelutti su questa Rivista.
 Ancor più nota e celebrata la sua seconda monografia del 1964 sui "Profili dello stato di necessità". Imperniata sulla teoria oggettivistica delle scriminanti, essa esibisce un impianto di taglio raffinato e rigoroso: un'opera impeccabile, destinata a rimanere nel tempo studio di riferimento principale per la materia.
Sempre nel ciclo della produzione penalistica si collocano, anche due importanti articoli sulla prescrizione del reato, nei quali Molari affronta un tema che già collega il diritto penale  sostanziale al processo. E va rilevato come  nella stessa scelta delle  problematiche affrontate, non meno che nel taglio rigorosamente tecnico con cui vengono sviluppate, Alfredo Molari dà la misura della sua indipendenza scientifica dall'impostazione del suo maestro Bettiol.
Il terzo "cambio di rotta", rappresentato dall’insegnamento della Procedura penale, gli consentirà di esplorare, forte di un'eccelsa preparazione penalistica, la complessità del fenomeno processuale, coniugando la speculazione scientifica con la concretezza dell’esperienza  che aveva potuto maturare sul campo attraverso la sua lunga e brillante carriera forense. Appartiene a questo periodo una produzione non numerosa, ma selettiva, rappresentata da densi articoli dedicati ad istituti centrali del vecchio e poi del nuovo codice di procedura penale (incidente probatorio, udienza preliminare, giudizio abbreviato), indagati a fondo con lucida analiticità, e nei quali vengono subito còlti, con fine capacità di antivedere, i problemi che poi avrebbero tenuto banco negli anni a venire. Lavori nei quali – memore dell'insegnamento di Delitala – Alfredo Molari ha sempre profuso esemplari doti di linearità e chiarezza espressiva. Un insieme di esperienze scientifiche poi destinate a trasfondersi e ad arricchirsi, anche in chiave didattica, nel "Manuale di procedura penale", scritto in collaborazione con Mario Pisani, Piermaria Corso e Vincenzo Perchinunno per i tipi di  Monduzzi.
    Honorar Professor nell’Università di Innsbruck, in virtù del suo lungo ed assiduo insegnamento in quell’ateneo, Molari ha, infine, profuso il suo impegno anche sul piano del coordinamento scientifico-editoriale  e su quello istituzionale e associativo.
  Sotto il primo profilo, oltre a far parte del comitato scientifico de "L'indice penale” e di quello della “Rivista giuridica di urbanistica”, ha diretto insieme a Cesare Pedrazzi la prestigiosa Collana di Studi penalistici fondata da Giuseppe Bettiol e Pietro Nuvolone. Inoltre è stato, nel primo triennio dalla sua costituzione, coordinatore del Dottorato di ricerca in Procedura penale, con sede amministrativa a Ferrara, e consorziato con le Università di Padova, Pavia e Sassari.
   Sotto il secondo profilo, è stato componente della Commissione consultiva istituita presso il Ministero di Grazia e Giustizia, e incaricata di redigere un parere sul Progetto preliminare del codice di procedura penale del 1978. Sul terreno associativo, va segnalato che per due mandati, dal 1998 al 2002, ha ricoperto la carica di Vicepresidente in seno all'Associazione tra gli studiosi del processo penale.
    Dino Molari era un uomo dalla vastissima cultura e dai tanti interessi: la filosofia, la letteratura, la musica, la musica in particolare!  Era anche uno sportivo e ha continuato a praticare il tennis  fino a tardissima età, mantenendo così un’invidiabile forma fisica. Severo e riservato, con un tratto signorile nei gesti e nel portamento, dotato di un’intelligenza vivissima, sapeva  essere anche scherzoso e pronto alla battuta se  l’ambiente era propizio. E allora era un vero piacere discorrere con lui.