Ricordo di M. Cherif Bassiouni

 

di Vittorio Fanchiotti

 

Il 25 settembre scorso, dopo aver lottato contro un’inguaribile malattia, si è spento. M. Cherif Bassiouni, professore emerito presso il College of Law della De Paul University di Chicago, dove aveva insegnato International Criminal Law e Criminal Law.

 

Cherif era innanzitutto uno studioso di diritto internazionale, anche se ci ha lasciato alcuni preziosi contributi di diritto “interno”, come la monografia in tema di citizens’ arrests del 1977 e il manuale Criminal Law and Its Process scritto alla fine degli anni Sessanta, appena trentunenne. Mentre il primo – ed in realtà l’unico scritto a livello monografico (come è noto in U.S.A, questo non è un genere letterario molto diffuso tra i giuristi)  in materia prevalentemente processualistica (anche se la distinzione sostanziale/processuale è tutt’altro che netta nel sistema statunitense) - affronta una tematica che, fondamentale negli U.S.A.,  da noi non ha particolare rilevanza, il secondo, tradotto (pur in forma non sempre ineccepibile) in edizione “ridotta” in italiano a metà degli anni Ottanta, ha costituito per una generazione di studiosi sostanzialisti nostrani il primo (e per troppi anche l’ultimo) approccio con la realtà on the books del diritto penale d’oltreoceano. La fortuna italiana del manuale (ma allo stesso tempo la sua sfortuna in patria, dove non ha “sfondato” nella manualistica a livello nazionale) è senz’altro dovuta anche al fatto che è costruito “all’europea” riflettendo uno dei caratteri dell’Autore, la sua formazione culturale cosmopolita, segnata da forti influssi “europeo-continentali”, francesi in particolare, frutto dei suoi studi universitari, compiuti oltre che a Digione, a Ginevra e poi in Egitto, da cui era partito “accademicamente” nel 1962, approdando negli Stati Uniti, dove, completati gli studi “americani” all’Indiana University e alla John Marshall University era diventato, a soli 37 anni, professore a De Paul nel 1964.

Oltre ai contributi citati, un posto di rilievo fondamentale nel panorama processual-comparatistico italiano  ha avuto il volume “Il processo penale negli Stati Uniti d’America”, contenente gli atti di un convegno “storico” svoltosi nel 1985 a Noto, pubblicato però solo nel 1988 : Il volume raccoglie, oltre agli interventi di figure di primo piano della scena statunitense, come il presidente dell’American Bar Association, lo State Attorney di Chicago, il capo dell’ufficio del Public Defender di San Francisco, il Deputy Chief dell’Organized Crime and Racketeering Section  dell’U.S. Departement of Justice, un paio di contributi dello stesso Bassiouni, estrapolati e tradotti da sue precedenti opere , soprattutto dal già citato Criminal law, rielaborati ad usum dephini, occasional papers destinati ai partecipanti del convegno.

Il primo, più didattico-descrittivo, riguarda l’organizzazione giudiziaria negli U.S.A., il secondo, invece, rappresenta una sintesi dell’iter processuale dove la narrazione delle varie fasi è animata da una ricostruzione critica del rapporto dialettico e delle interazioni tra i vari soggetti che si affacciano sulla scena, portatori di interessi spesso contrapposti anche sul coté di quelli pubblici, polizia, prosecutor, giudice, ciascuno dei quali espressione di una diversa constituency, anche politica, potenzialmente divergente e contrapposta a quella degli altri e tutti portatori di -legittimi- interessi personali di carriera, che trovano fondamento nei meccanismi di selezione dei vertici degli uffici, “sfasati” geograficamente, spesso in concorrenza tra di loro. Un approccio alla dinamica processuale sconosciuto da questa parte dell’oceano, dove mutatis mutandis l’indagine sui modelli di comportamento dei protagonisti delle vicende processuali, per esempio, delle polizie, ma anche dei magistrati, potrebbe portare ad un arricchimento della conoscenza di meccanismi “reali” che, sottesi alla routine e alle forme dell’amministrazione della giustizia, ne possono condizionare l’andamento. Ma come si sa, da noi l’approccio sociologico è tuttora considerato un punto di vista di rango “inferiore” a quello “dogmatico”.

Come studioso e docente di International Criminal Law (disciplina ufficialmente comprensiva anche della procedure), la produzione del professor Bassiouni è sterminata: ai manuali ed alle monografie (la prima, anch’essa del 1969, in tema di estradizione) si affiancano numerose raccolte di documenti internazionali, reference books indispensabili non solo per lo studioso, ma anche per il giurista impegnato  nel drafting di riforme, oltre che per il pratico: sotto quest’ultimo profilo non va dimenticato che Bassiouni, infatti, era anche un abile ed apprezzato avvocato (basti pensare che nel 1984 la sua tariffa oraria era di 500 dollari; 1000, oltre le spese, fuori Chicago...). La sua competenza in materia di estradizione era senz’altro indiscussa, al punto che veniva spesso interpellato da titolari di dicasteri della giustizia stranieri prima di decidere su richieste di estradizione (ricordo di avere assistito ad una telefonata in tal senso fattagli dal Canada, in cui gli si chiedeva se riteneva serie e fondate le motivazioni delle richieste provenienti dall’Italia: ricordo bene anche la sua risposta, che per amor di patria qui non riporto…).

Nel campo internazionalistico senza dubbio la fama di Bassiouni è però soprattutto legata alla nascita dei tribunali internazionali degli anni Novanta: per tutta la comunità degli studiosi di international criminal law è considerato il padre della Corte penale internazionale, alla cui creazione ha dedicato gran parte delle sue energie, non solo come studioso, ma anche come “attivista”, animando seminari di esperti, convegni, dibattiti, promuovendo iniziative editoriali, coinvolgendo esponenti politici e mobilitando rappresentanti della società civile a livello mondiale.

Dopo aver partecipato attivamente ai lavori preparatori negli anni precedenti al varo del progetto di Statuto del 1988, durante la conferenza  di Roma per l’istituzione della Corte ha ricoperto il ruolo di presidente del Drafting committee, un compito delicatissimo, quasi una mission impossible: coordinare gli esperti rappresentanti tutte le aree linguistiche degli Stati dell’O.N.U. nell’elaborazione dei sei testi “autentici” delle norme dello Statuto che si andava contemporaneamente negoziando  nelle varie commissioni, le quali utilizzavano come working language quasi esclusivamente l’inglese. La sua conoscenza approfondita di quattro delle sei lingue ufficiali (esclusa la russa e la cinese) ha consentito di avere in lui una risorsa unica che ha permesso di restringere in pratica all’ultima la maggior parte delle impasses linguistiche incontrate nelle “traduzioni” dei vari articoli. Crogiolo, fucina e al tempo stesso laboratorio di precisione, lontano dal campo di battaglia delle discussioni e degli scontri assembleari, i cui risultati - tutt’altro che di sempre facile lettura- la “sua” commissione ha pazientemente e sapientemente dipanato, liberandoli dalla torre di Babele, svolgendo un ruolo decisivo nell’approvazione dello Statuto stesso.

Molti dei non addetti ai lavori si sono chiesti perché non sia poi stato eletto giudice della neonata Corte: il semplice fatto di essere cittadino statunitense glielo ha impedito, stante la proterva avversione per la Corte stessa da parte del governo U.S.A. (come si ricorderà Bush, appena nominato Presidente, ritirò la firma apposta allo Statuto da Clinton).

Ancora più determinante è stato l’operato di Bassiouni nella creazione dell’International Tribunal for the former Yugoslavia, l’ICTY: in quell’occasione non solo come infaticabile promotore, ma come coraggioso  e infaticabile investigatore per conto dell’O.N.U., come Chairman of the Security Council’s Commission to Investigate War Crimes in the Former Yugoslavia, in una contingenza politica in cui si era creata una situazione di stallo per l’atteggiamento di molte “potenze”, solo a parole favorevoli all’istituzione del Tribunale, ma in realtà decise a non scoperchiare una situazione che avrebbe potuto far emergere scomode responsabilità internazionali nei sanguinosi conflitti seguiti allo sfaldamento della Yugoslavia.

Anche in questa occasione la generosità e l’abnegazione del suo operato, condotto in una situazione nella quale rischiò persino la vita, quando una granata lo sfiorò, entrando nella sua camera d’albergo, non gli avrebbero però poi consentito di essere nominato giudice per evidenti ragioni di incompatibilità con la sua attività di indagine sui fatti che poi sarebbero stati oggetto dei processi davanti all’ICTY stesso.

Ma forse per chi l’ha conosciuto bene riesce difficile immaginare il proteiforme Cherif “inchiodato” al bench sia pure autorevolissimo di una delle due massime giurisdizioni mondiali.

In effetti dopo l’esperienza e la soddisfazione di veder avverato il suo vecchio sogno dell’avvento della giustizia penale internazionale, il professor Bassiouni ha dedicato la sua attività ad un altro settore di grande rilevanza, che, anche questa volta, senza il suo autorevole impulso avrebbe subìto ritardi e difficoltà nel farsi strada negli ambienti giuridici internazionali: la conoscenza del diritto islamico e della Shari’a. Si deve a Bassiouni l’organizzazione del primo seminario per esperti svoltosi in Europa sul tema, nell’ambito del quale si sono affrontati per la prima volta problemi tecnici collegati alle applicazioni in tema di rules of engagement nel corso di operazioni belliche, o come oggi si preferisce chiamarle, di peace keeping o enforcing.

Sul tema Bassiouni ha poi pubblicato una monografia fondamentale, The Shari’a  and Islamic Criminal justice in Time of War and Peace (Cambridge, 2014) in cui, applicando la dottrina sunnita islamica ai problemi della regolamentazione dei conflitti armati, dimostra la piena compatibilità della shari’a e del diritto islamico con la normativa internazionale in tema di diritti umani e di diritto umanitario e la sua congruità con l’adozione di adeguate misure nel contesto post-bellico in particolare nell’ambito dalla transitional justice. Nel condannare le pratiche violente di molte frange dell’Islam, respinge al tempo stesso le giustificazioni dell’islamofobia occidentale volta a screditare l’Islam, col generalizzare le “abohorrent practices” di alcuni gruppi mussulmani, auspicando che una migliore conoscenza dell’Islam possa ridurne le tensioni con la civiltà occidentale, aumentando la comune comprensione delle pressanti questioni da risolvere a livello internazionale.

 Oltre  a questa attività “didattica” (di cui è frutto altresì il prezioso volumetto Introduction to Islam del 1988), il professor Bassiouni, il cui first name era Mohammud, ha svolto un ruolo molto importante nella lotta per la tutela dei diritti umani nel mondo islamico, propugnando, insieme ad un ristretto ma autorevole gruppo di giuristi  “credenti” progressisti, l’abolizione della pena di morte, mostrandone la dubbia fondatezza sul piano dell’ortodossia religiosa: una posizione coraggiosa, quasi eretica, che però non ha finora smosso le coscienze degli ulema fondamentalisti.

C’è un ulteriore settore da ricordare in cui l’impegno di Cherif ha lasciato una traccia indelebile, quello dell’abolizione della tortura. Dopo aver partecipato in sede O.N.U. come Co-Chairman ai lavori preparatori della Convenzione del 1984 - tra l’altro si deve a lui la definizione di tortura poi adottata nel testo della Convenzione stessa – una ventina d’anni più tardi gli verrà conferito, sempre dalle Nazioni Unite, l’incarico di presiedere alla commissione d’inchiesta sulla tortura, in qualità di Indipendent Expert on Human Rights in Afghanistan, incarico da cui prematuramente fu rimosso su pressione dell’amministrazione Bush.

Bassiouni pubblicò successivamente il volume The Instituzionalization of Torture by the Bush Administration. Is Anyone Responsible? (Intersentia, 2010), un documentassimo studio sugli abusi statunitensi nei black holes della rule of law, da Guantanamo a Abu Ghraib, senza escludere lo studio delle extraordinary renditions, compresa quella di Abu Omar, avvenuta con la complicità dei vertici dei servizi segreti italiani, primo caso in cui un’intera “stazione” della C.I.A. è stata condannata da un giudice (cui peraltro la Corte costituzionale ha sottratto gli imputati nostrani, in nome di un kafkiano segreto di Stato, rectius di status). Ancora una volta lo studio di Bassiouni va al di là delle fredde argomentazioni giuridiche, come autorevolmente ha osservato Bill Schabas: “The pre-eminent scholar in the field of international criminal law speaks to us with unquestioned mastery of complex legal iusses … but his work is imbued with personal outrage and compelling moral authority. This is legal scholarship at his best, explaining the world in order to change it”.

Avrebbe potuto, questo, essere un bellissimo epitaffio per Cherif, che però ha preferito annunciare la sua scomparsa agli amici con un messaggio che si conclude con il suo passo preferito del Profeta : “If you see a wrong you must right it: with your hand if you can, or, with your words, or with your stare, or with your heart, and that is the weakest of o faith”.